Tartufi

I tartufi sono funghi ipogei, ammasso miceliare composto da un frutto: detto “carpoforo” e da un intreccio di filamenti detti: “ife” che vivono in simbiosi mutualistica “micorriza” con la pianta superiore da cui assorbe i carboidrati ( non potendoli produrre in modo autonomo per mancanza di fotosintesi clorofilliana) restituendole sali minerali dissociati altrimenti non assimilabili dalla pianta stessa aumentandone la capacità esploratrice della radice.

Conosciuti fin dal tempo dei Sumeri (1700 1600 a.c.), i Greci pensavano fossero prodotti dalla combinazione dei fulmini con terra e acqua e li chiamavano “ydnon” da cui “idnologia” la scienza che studia i tartufi. Il nome latino di “Tuber” viene impiegato invece per definirne il genere. Plinio Il Vecchio li considerava “massimo miracolo della natura” e li collocava tra quelle cose che “nascono ma non si possono seminare”.

I tartufi rappresentano il fiore all’occhiello di quei territori che possono vantare la loro presenza tra cui la fascia a ridosso dei Monti Sibillini e principalmente a Montefalcone Appennino si hanno produzioni importanti di tartufo delle specie più pregiate, che costituiscono ormai il plus valore delle tipicità legate ai percorsi eno-gastronomici.

In natura sono presenti diverse specie di tartufi, ma per la legge italiana solo 9 possono essere raccolte e commercializzate nei periodi stabiliti :

  • Tuber magnatum Pico – Tartufo bianco pregiato (1 ottobre – 31 dicembre)
  • Tuber borchii – Tartufo bianchetto o marzuolo (15 gennaio – 30 aprile)
  • Tuber macrosporum Vitt – Tartufo nero liscio (1 ottobre – 31 dicembre)
  • Tuber malanosporum Vitt – Tartufo nero pregiato (1 dicembre – 15 marzo)
  • Truber aestivum Vitt Tartufo estivo o scorzone (1 maggio – 31 agosto e 1 ottobre – 31 dicembre)
  • Tuber brumale Vitt Tartufo nero invernale (1 gennaio – 15 marzo)
  • Tuber brumale var moschatum De Ferri Tartufo moscato (1 gennaio 15 marzo)
  • Tuber mesentericum Vitt Tartufo nero ordinario (1 ottobre – 31 gennaio)

LA TARTUFICOLTURA

La coltivazione del tartufo si basa sul rapporto di simbiosi, tra pianta e tartufo che venne intuito nei primi del 1800 da un modesto agricoltore francese (Joseph Talon) che avendo seminato delle ghiande per rimboschire un suo terreno vi raccolse alcuni anni più tardi sotto le querce una notevole quantità di tartufi, tanto da abbandonare le altre colture tradizionali , per dedicarsi a tale coltivazione.

Con questa idea si è andati avanti fino a tempi abbastanza recenti fino a che la ricerca scientifica e la sperimentazione si sono rivolti principalmente al mantenimento e allo sviluppo del micelio fungino dell’organismo “ tartufo” in maniera da ottenerne la fruttificazione.

Tali cure, diverse per ogni luogo, dove esse sono praticate, hanno subito nel tempo modifiche ed evoluzioni fino a creare diverse scuole di pensiero con l’istituzione di veri e propri metodi quali: il Pallier ( minuziose cure sia all’albero che al suolo), il Tanguy ( abbandono delle cure colturali dopo l’entrata in produzione), che sviluppatisi in Francia hanno rappresentato anche in Italia le principali linee guida dei tartuficoltori, e da ultimo il metodo Angellozzi riferito ad un espertissimo coltivatore del piceno che, sperimentando per anni con cognizione di causa, ha finito per diventare punto di riferimento, sia nel nostro paese che nella stessa Francia.

Tale metodo di coltura, recepito anche a Montefalcone è divenuto un vero e proprio “sistema Montefalcone” attraverso il quale, lavorando in gruppo, in diverse situazioni e scambiandosi informazioni sui risultati, si sono raggiunti ottimi successi produttivi che non sembrano riscontrarsi in nessun altro luogo.